Alcune note circa il Suicidio
Ashford, agosto 1943, una giovane donna malata gravemente di tubercolosi giace pallidissima in un letto, il suo corpo minuto appena increspa le lenzuola, accanto a lei un padre gesuita conversa sommessamente. Quella giovane donna è Simone Weil, una delle più intense e tragiche pensatrici del Novecento; le sue drammatiche condizioni di salute sono aggravate dal rifiuto del cibo e dei liquidi che Ella oppone testardamente e risolutamente. Ella ha posto in essere un “rituale di morte”, un antico rito di morte, risale ai Catari o Albigesi, che dir si voglia, l’”Endura”. Levì Strauss, che bene la conosceva ebbe a dire che tutto in lei era eccessivo, con lei funzionava solo il tutto o niente. Professoressa di Liceo e quindi Universitaria abbandona tutto e divine manovale in una fabbrica metallurgica prima e alla Renault poi per condividere sino in fondo la condizione di alienazione e di stenti delle classi lavoratrici…ora ad Ashford si va deliberatamente spegnendo per sperimentare e vivere sino in fondo la condizione degli Ebrei nei campi di sterminio. Simone Weil ebrea affascinata dalla Passione di Cristo a cui aderisce con tutta se stessa, mai convertita al cattolicesimo decide, lucidamente, di aderire al destino del suo Popolo e di fare di questa adesione estrema e radicale un grido di battaglia. Morirà il 24 Agosto dello stesso anno.
“Di fronte al fallimento radicale dei miei sogni, dei miei ideali non posso e non voglio continuare a vivere, non è che io non ami la vita, non è che io non voglia amare ed essere amato, ma non posso continuare a vivere, non posso continuare ad amare quando tutto ciò che per me era significativo e importante è definitivamente falsificato dalla Storia”, così un giovane militante di Autonomia Operaia nel 1979, aveva 24 anni e con questa brevissima nota spiegava la sua scelta di togliersi la vita.
Ho pensato sovente, anche recentemente, al Suicidio, non perché colpito dalla depressione. Ho vinto la mia battaglia contro i “Demoni Urlanti” della mia anima profonda, li ho resi amici, non domati, ho stabilito con loro un rapporto dialogico, ho riconosciuto che sono, che io sono, “una Comunità” e non un Solitario e che di questa Comunità fanno parte anche i Demoni, anche i “Personaggi” Auto-Distruttivi. Ma il Suicidio mi si è posto più volte all’ordine del giorno dei miei pensieri come atto di Sovranità su me stesso ed allo stesso tempo come Rivolta Ultima ed Estrema verso una condizione di sconfitta, di resa al Mondo ed alle sue contraddizioni, di resa al Mondo ed al suo caracollare verso il Nulla. Mi sono sempre trattenuto dal “levar la mano su di me” per il disprezzo che il pettegolezzo mi provoca. Cesare Pavese conclude il suo biglietto di addio con queste parole “non fate troppi pettegolezzi”. Ecco divenire oggetto di pettegolezzo mi irrita, soprattutto perché a differenza di ora, non potrei rispondere per le rime, sarei abbandonato alla chiacchiera altrui.
Nella cultura antica l’atto di levar la mano su se medesimo fu assai praticato, in Giappone venne codificato, ritualizzato nel Seppuku praticato dagli Uomini di Dovere, che questo significa il termine Samurai. Mishima il 25 Novembre del 1970 si suicidò in diretta televisiva seguendo l’antico rituale dei Samurai, assistito dal suo Amante che dopo che lui si aprì il ventre con un colpo di katana gli spiccò la testa dal collo.
Il suicidio, dunque, quale gesto artistico di estrema rivolta, il suicidio quale atto di Moralità Altissima che spacca simbolicamente il Mondo e costringe gli Altri a prendere posizione, a cessare di essere massa, zona grigia, per divenire Uomini, Individui che pensano e valutano. Il suicidio come atto Politico che con una violenza estrema strappa gli Altri alla loro alienazione alla loro dimensione di Oggetti per trasformarli in Soggetti. Il rogo auto-imposto dai Bonzi contro la Guerra che stravolgeva e devastava il Viet Nam, il rogo auto-imposto da Jan Palak nella Praga invasa dalle Armate Sovietiche esprimono una Moralità Estrema e, quindi, il suicidio diviene arma di lotta, diviene atto di Amore, quasi Immolazione Eroica.
V’è poi un Suicidio Minimo, che non è eroico, che non esprime Moralità e Rivolta, ma denuncia la stanchezza, la fragilità tutta umana di fronte ad un’accanirsi della sorte, di fronte all’impossibilità di continuare l’avventura esistenziale. È questo il suicidio del quotidiano che più mi turba, che più mi colpisce, poiché è il segno di una sconfitta collettiva, di un venire meno della Comunità alla sua funzione.

Molto bello grazie Clode^^
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