Di fronte all’Apocalisse
Lo scenario che Nietzsche delinea dopo aver annunciato la Morte di Dio è cupo, pieno di angoscia, claustrofobico: “Che cosa abbiamo fatto, quando abbiamo svincolato questa terra dal suo sole? Ma in che direzione si muove, adesso?In che direzione ci muoviamo noi?Lontano da ogni sole?Non precipitiamo sempre più?E all’indietro, di lato, in avanti, da ogni parte?Esistono ancora un sotto e un sopra?Non vaghiamo attraverso un nulla infinito?Non avvertiamo l’alito di uno spazio vuoto?” L’Essere alla deriva in un Universo che non ha più un sole, o meglio il cui sole è un sole morto da cui occorre tenersi lontani, da cui è necessario tenersi lontani onde non essere ammorbati, contagiati, dalla sua morte, è la nostra condizione, è la condizione radicale dell’Occidente di fronte alla sua crisi sistemica massima.
Noi non stiamo discutendo della Crisi dell’Italia o dell’Europa ma della crisi radicale ed irreversibile dell’Intero Mondo Occidentale, ovvero del Pianeta poiché la Città d’Occidente è divenuta, per il medium dell’Imperialismo Americano e dei “daimonoi” che lo possiedono dai giorni di Prometeo la Struttura Generale di Riferimento dell’Intero Pianeta. E la Crisi di cui stiamo parlando non è semplicemente Crisi della Finanza, dei Mercati, dei Sistemi Produttivi; noi affrontiamo, forse per la prima volta nella Storia Comune, una Crisi Antropologica Radicale, il vecchio modello antropologico ancorato al suo Sole si è dissolto nel sonno della Morte, il velo del Tempio si è squarciato da cima a fondo ed un vento impetuoso lo ha definitivamente lacerato mostrando così che la Dimora di Dio è una cella vuota e fredda: una Tomba e tutta la nostra civiltà è civiltà di tomba. Quando Immanuel Kant decretò l’impossibilità della Metafisica aprì le porte non solo all’Anti-Metafisica ma più radicalmente al Nichilismo, senza Immanuel Kant il canto, la trenodia funebre sul Gran Cadavere Insepolto di Nietzsche non sarebbe stata né pensabile né ipotizzabile. Questo derivare nell’infinito nulla così che ogni mappa tracciata diviene inutile appena le sue armoniose geometrie sono disegnate, questo sprofondare sempre più senza aver la misura dello sprofondare, questo annegare senza mai subire la morte per annegamento ci è intimo, ci è quint’essenziale, è il distillato definitivo e radicale di noi stessi, il compiersi di quell’insolita esperienza alchemica che tutti noi trasforma in alchimista e sostanza sublimata nella storta. Senza più un Sole neppure più il Tempo è possibile se non per convenzione minimale tra coloro che dimorano nella Valle dell’Ombra. Siamo appesi alla nostra esistenza come impiccati alla forca, conosciamo il nostro termine, siamo posseduti dal senso del nostro individuale deperire, lo leggiamo nello specchio al mattino, lo percepiamo nella stanchezza del levarci dal letto, lo sentiamo nell’insignificanza della nostra esperienza del Mondo che più non può essere trasmessa poiché radicalmente vanificata dalla velocità della comunicazione tecnologica.
E tutto ciò ci nuoce profondamente, anzi mi nuoce profondamente che quasi non riusciamo più a pronunciare la parola Noi, come se il Noi fosse un richiamo a quel sole da cui ci siamo liberati, sganciati, disancorati per salvare almeno il nostro esistere dal fracasso cosmico di Dio. La Solitudine è la Stimmungen – la Stigmata del Contemporaneo; l’Essere Atomo Malato della propria Morte Necessaria che frulla nel Cosmo Vuoto è la cifra del nostro / mio essere nel Mondo. Ho un ricordo preciso della prima volta che vissi l’esperienza della Solitudine Esistenziale: ero in alta montagna con il mio reggimento, montavo la guardia al provvisorio accampamento di trune, che tanto nella loro forma paiono tombe scavate nella neve, un vento tagliente soffiava dalle vette sul nevaio illuminato dalla luna, la mia postazione era di cresta sicché di fronte a me si aprivano le valli oscure, dove a malapena intagliate di buio nel lucore lunare si intravvedevano i pini solitari e le balze, sotto di me l’accampamento addormentato nella provvisorietà, il freddo mi sferzava ed una voglia di sonno mi insidiava e fu in quel momento che in me spontanei sorsero i versetti del capitolo 27 di Matteo:
51Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, 52i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono.53Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti.
Fui travolto dall’angoscia, e concepii in quel momento nel mio cuore il senso ed il valore dell’angoscia, io gridai le blasfeme parole del Santo Crocefisso e le urlai nella lingua della mia estraniazione in aramaico: Eli Eli Lemà Sabactanì… lui le gridò nella lingua materna io nella lingua della mia estraniazione, in lui quelle parole dette nella parlata della madre risuonano come un conforto, in me dette nella lingua della mia estraneità profonda suonarono come l’estrema disperazione, l’estrema certezza dell’insostenibilità esistenziale. Vi è nel nostro deperire solitario lontani da ogni sole un sovrappiù che neppure nella Morte Paradigmatica si compie; la nostra agonia, che tutta la nostra esistenza è agonia dopo la caduta della Metafisica, è assai più atroce e cupa di quella del Salvatore e soprattutto siamo Soli, Nudi, Dispersi. Le grandi strutture di rassicurazione collettiva circa il senso si sono mostrate strutture violente dell’Oppressione e della Concentrazione, costruttrici dell’Universo Concentrazionario dai lager nazisti ai Gulag sovietici ai Bao-Dai cinesi.
“C’è una sensibile differenza tra un pensatore che si pone in modo personale rispetto ai suoi problemi, tanto da avere in essi il suo Destino, la sua Necessità e anche la sua migliore Felicità, e uno che li affronti –impersonalmente -, cercando cioè di toccarli e afferrarli con le antenne del pensiero freddo curioso.” (la Gaia Scienza aforisma 345) Oggi non posso più pensare in termini di noi o di fredda curiosità, come l’entomologo che studia gli insetti nella loro complicatissima esistenza, poiché sono immerso nel Buco Nero, in quel Sole Nero che in sé non ha dimensioni. Oggi il versetto di Giovanni “le tenebre non lo divorarono” è radicalmente falsificato poiché le Tenebre hanno divorato la Luce e la Luce non è più la vita degli Uomini, la luce è quella fumosa delle fiaccole e delle lampade ad olio o quella artificiale dell’esplosione nucleare, quella delle fiaccole adombra non illumina quella nucleare calcina ed abbacina sino a bruciare gli occhi. Non possiamo più dire siamo sull’orlo del baratro poiché non vi è distinzione tra i due bordo e baratro si consumano reciprocamente nell’atemporalità globale.
Io non posso che pensare filosoficamente i miei problemi ma per poterlo fare realmente cogliendo in essi il mio Destino, la mia Necessità e la mia Infelice Felicità debbo in forza di Fato trasecolarli in Narrazioni. Oggi la costruzione dell’Orizzonte Temporale Comune che Ri-Vela e fa apparire il Mondo non può che essere in me e per me e mediante me concertazione narrativa della Realtà, costruzione di un narrato sociale e politico radicalmente provvisorio senza cemento che non sia la grammatica e la sintassi, l’etimologia della parola unica ancora trasmissibile tra le catene dei saperi e la semantica della parola nella sua complessità semiotica tutto il resto non è che sopravvivenza di larve e fantasmi.
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